Forough Farrokhzad

Cade la notte
E dopo la notte, il buio
E dopo il buio
Gli occhi
Le mani
I respiri, i respiri…
E il rumore dell’acqua
Che gocciola dal rubinetto

Dopo due punti rossi
Due sigarette accese
Il tic-tac dell’orologio
Due cuori
E due solitudini.

 

(Forough Farrokhzad )

Foto: Nick Prideaux

 

 

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Gustavo Borga

Nelle radiografie
che mi hanno fatto

appaiono
in tutto il corpo

le tue mani.

 

(Gustavo Borga)

Foto: Emma Hardy

 

 

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Maria do Rosário Pedreira

Non dire per cosa vieni.
Lasciami indovinare
dalla polvere dei tuoi capelli
che vento ti ha mandato.
È lontana la … tua casa?
Ti do la mia:
leggo nei tuoi occhi la stanchezza del giorno che ti ha vinto;
e, sul tuo volto, le ombre mi raccontano il resto del viaggio.
Dai,
vieni a dar riposo ai tormenti del cammino
nelle curve del mio corpo
– è una meta senza dolore e senza memoria.
Hai sete?
Avanza dal pomeriggio solo una fetta d’arancia
– mordila nella mia bocca senza chiedere.
No, non dirmi chi sei né per che cosa vieni.
Decido io.

 

(Maria do Rosário Pedreira)

Foto: Maria Krugovaya

 

 

Maria Krugovaya

 

Ghiannis Ritsos

Neanche stanotte la luna piena.
Ne manca una parte.
Il tuo bacio.

Quando mi posavi la mano
sul ginocchio o sulla spalla,
o sul fianco
cambiava posa il mondo.

Ci spogliammo.
Chiudemmo fuori dalla porta
le case, i cani,
i giardini, le statue,
la morte.

Le mie mani ti ricordano
più profondamente della memoria.

Come mi sollevano in alto
i tuoi baci.
Mi perdo.
Tienimi.

Suonano alla porta.
Suona il telefono.
Niente.
Non ci siamo.
Noi due insieme
non ci siamo.
E la pioggia cospiratrice.

Circoli nel mio sangue,
mi riempi il corpo.
Contengo il mondo.

Non avevo da aggiungere
altro verso,
altra parola.
Nel tuo corpo vivevo
tutta la poesia.

Tutta notte
il tuo nome
mi cinguetta in bocca,
mi beve la saliva,
mi beve.
Il tuo nome.

Mi van strette le notti
in tua assenza.
Ti respiro.

Accendo fiammiferi,
mi taglio le unghie,
buco le lenzuola.
Manchi.

Queste minime cose
per noi due
come son grandi.
Tutte.

(Ghiannis Ritsos)

Foto: Edouard Sepulchre

 

 

 

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Emanuel Carnevali

“Felicità: guardo fuori dalla finestra e saluto un passante e so di essere felice. Scenderò dalla padrona di casa e le chiederò se anche lei è felice. “E’ felice, signora Corinna? Perchè io, sa, sono felice”. Lei sorride e dice “Sono contenta”. Non una felicità chiassosa e prorompente, come quella che spingeva il Carducci a scrivere il suo canto d’amore. No, in questa stanzetta una tale felicità sbatterebbe le ali contro le pareti, ma una felicità che si adatti a questa piccola stanza, una felicità che posso teneramente stringere tra le braccia e possedere tutta, indiscutibilmente. Una felicità beneducata. E’ dolce conoscere qualcuno e salutarlo dalla finestra. E’ dolce starsene a sonnecchiare un’oretta, è dolce aspettare che arrivi la primavera, la primavera che, ora, ha un sapore d’inverno sulla sua bocca meravigliosa.
Un’aria deliziosa entra dalla finestra e mi avvolge le gambe e la testa. Io sono disteso, passivo e quieto. Questa mia felicità è delicata come un fiore da campo. Presto si spezzerà e mi cadrà giù, come un indumento. I miei cari libri sono tutti intorno a me, ma io non li leggo; non voglio l’interferenza di alcuna letteratura. Li guardo e sono felice, felice solo che essi ci siano. Voglio toccare le cose con religione.
Vorrei uscire a fare una lunga passeggiata, una lunghissima passeggiata; ma mi stancherei e questo distruggerebbe la mia felicità…. Meglio star qui e sorseggiare questa felicità, berla a piccoli sorsi e con cautela.”
Emanuel Carnevali (1897-1942), “Racconti di un uomo che ha fretta”, Fazi.

Foto: Florina Luput

 

 

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Alessia Bronico

proteggimi
lungo il viale della nostalgia
come il vento che s’adegua
agli spigoli, mentre corre
parla ai vetri sorpresi
alle porte semiaperte
sposta rifiuti abbandonati
lontano
più in là, proteggimi, più in là
di dove siamo, distanti:
cime, orizzonti, stelle,
pianeti e luci
notturne di paesi silenziosi
che illudono l’insonnia
proteggimi come l’ombra
nelle pozzanghere di pioggia
la mandorla nel riccio
la mano in tasca quando
è freddo e l’amore
è più in là, proteggimi:
dalla mia bontà
dalla tua onestà
dai versi delicati

(Alessia Bronico)

Foto: Lionat Natalia Petri

 

 

 

Lionat Natalia Petri

 

Raffaela Fazio

Ti parlo
come l’erba
alle pietre
tra cui s’insinua

finché il muro
cede
dove lei cresce,
più umida la sera.

Nelle tue crepe
nella tua immota fuga
ch’io sia
quel corpo estraneo
vivo
attorno a cui ti sfaldi.
E sul confine
che segni involontario
sia dolce anche l’incuria
la rovina
il mio verde
abbracciato
alle macerie.

Raffaela Fazio

Foto: Anastasia Cazabon

 

 

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Isabella Leardini

È questo riconoscersi di anni
che ci sperde
nel vento a desiderio espresso
e così sei
uno di quei giorni
di pioggia dentro l’estate,
mai nostri anche nel loro riaccadere
il loro rovinare sempre tutto.
Una trama di ritorni muove insieme
la mia voglia di non ridere, stasera,
in anticipo o in ritardo
sull’amarti.

(Isabella Leardini)

Foto: Marina Vitaglione

 

 

Marina Vitaglione

Cecília Meireles

DIALOGO

Le mie parole sono la metà di un dialogo oscuro
che continua attraverso secoli impossibili.

Adesso comprendo il senso e la risonanza
che pure porti da tanto lontano nella tua voce.

Le nostre domande e risposte si riconoscono
come gli occhi dentro agli specchi. Occhi che hanno pianto.

Conversiamo dai due estremi della notte,
come da spiagge opposte. Ma con una voce che non si importa…

E un mare di stelle oscilla tra il mio pensiero e il tuo.
Ma un mare senza viaggi.

 
(Cecília Meireles)

Foto: Graciela Magnoni

 

 

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Valentina Neri

IL SEGRETO DI CAPPUCCETTO ROSSO
Ingoia nel tuo ventre la mia disobbedienza.
Il mio peccato abdica a servizio della tua crudeltà
Nessuno deve vedere nascosta,
sotto il rossore pudico dal mio cappuccetto,
la voglia mia che ho del male.
Nessuno deve capire
la magia di te che mi turba i sensi
la perversa anima tua che mi farà donna.
Ambisco ad essere punita
Voglio essere vittima
sono la voglia tua che hai del male.
Sapevo tutto! del bosco … del lupo …
E ora ti vengo incontro:
non puoi deludermi.
Sii tu quello che non sei
non hai speranza
Seducimi solcandomi il corpo con la foga dei tuoi artigli
graffiami con la soavità delle tue bugie
Ingoiami … Non vomitarmi!
Ingoiami.
Ingoia la mia solitudine incompresa
Ingoia la mia inetta nullità.
Fammi male, tanto male
male da essere capita,
male da non poter più essere ferita.
Male da poter essere qualcuno
nel bosco nero dell’ ipocrisia
finalmente

Qualcuno.

(Valentina Neri)

Foto: Uma Bista

 

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